PD, un partito aperto con Bersani Premier!” di Paolo Da Costa

“Al Partito democratico serve un atto di coraggio” per candidarsi alla guida della ricostruzione dell’Italia dopo la devastazione di 15 anni di berlusconismo. Il primo militante del Partito democratico che lo ha dimostrato è il suo segretario, Pier Luigi Bersani, annunciando lo svolgimento delle primarie e la sua candidatura a Premier nella legislazione che si aprirà nella primavera del 2013.
Con grande soddisfazione ho accolto la decisione del nostro Segretario, che ha rotto gli indugi alla Direzione del PD, svoltasi a Roma l’8 giugno, affermando di pensare ad “Un centrosinistra di governo aperto ad un patto di legislatura con forze democratiche e civiche moderate. Un patto tra progressisti e moderati per ricostruire il Paese”. Quindi, primarie aperte entro l’anno, “per la scelta del candidato premier dei progressisti e dei democratici italiani”.
È uno straordinario evento che anche all’estero dobbiamo promuovere per estendere lo schieramento progressista che desidera partecipare ad un grande cambiamento in Italia. Come nel 2009, quando ho coordinato in Europa il “Comitato Pro Bersani” alle primarie per la segretreria del Partito democratico, invito il militanti del Partito democratico, i nostri iscritti e i nostri simpatizzanti attivi nelle associazioni, negli organismi democratici, i nostri elettori e le nostre elettrici che nel 2008 ci hanno sostenuto nelle quattro Circoscrizion mondiali, a concorrere alla ricostruzione della nostra Nazione e al rinnovamento della politica italiana.
I nostri Circoli, già da ora, sono chiamati ad uno sforzo eccezionale nella lunga azione che ci porterà alle elezioni politiche con Pier Luigi Bersani candidato Premier. Un leader che in questi 4 anni alla guida del PD ha dimostrato serietà, capacità e credibilità. Qualità che lo pongono al primo posto nella classsifica dei politici, che gli italiani vorrebbero Premier.
Come nel 2009 abbiamo fatto bene ad affidare il PD a Pier Luigi Bersani, anche nel 2013 faremo bene ad affidare il Paese a Pier Luigi Bersani!

Primo maggio: il PD in Svizzera ricomincia dal lavoro

Primo maggio: il PD in Svizzera ricomincia dal lavoro.
Festa dei lavoratori. “Cosa cavolo c’è da festeggiare? Non posso neanche permettermi di prendere un gelato la domenica: chi me li dà i soldi, tu?”. Questa è la risposta che la mia carissima amica Eleonora, laureata in chimica e segretaria a termine (il contratto tra dieci giorni le scadrà e lei perderà lavoro che tanto odia), mi diede qualche giorno fa, quando le chiesi che avrebbe fatto per il ponte del primo maggio.
Di sicuro, a lei l’incipit della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” sembra fuori dal tempo. In effetti, ben fragili fondamenta si ritrova la nostra amata Italia, corrose da pratiche criminali che non siamo ancora stati capaci di estirpare, e dalla crisi, che morde i risparmi delle famiglie e, con essi, si divora il futuro di un’intera generazione: quella futura, che per la prima volta dal dopoguerra sarà più povera di quella dei suoi genitori.
Per cominciare, c’è chi un lavoro non lo ha. L’ISTAT ha rilevato che a febbraio il tasso di disoccupazione si è attestato al 9.3%, record storico da quando (nel 2004) si è cominciato a misurarlo ogni mese; ciò vuol dire che più di due milioni di persone cercano un lavoro senza trovarlo, ossia tante quante le intere popolazioni di Milano e Napoli messe assieme. A essere più colpiti sono i giovani tra i quindici e i ventiquattro anni (il 31.9% di costoro non trova un lavoro, con un picco di quasi il 50% nel Mezzogiorno) e le donne (44 mila occupate in meno, rispetto a gennaio), mentre nel complesso i disoccupati uomini sono diminuiti. È doveroso ricordare che queste cifre non comprendono i tantissimi cassintegrati, che, con uno stipendio ridotto (e l’Italia ha gli stipendi tra i più bassi d’occidente, dati OCSE), si ritrovano spesso sulla soglia della povertà, quando non l’hanno già varcata.
Anche chi ha un lavoro non può essere tranquillo: l’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti per infortuni sul lavoro calcola che tra il primo gennaio e il trenta aprile sono morte 163 persone sul posto di lavoro, e 325 (stima minima, ma il dato potrebbe essere anche peggiore) sulle strade e in itinere. Uno degli ultimi, Roberto Giudici di quarantasei anni, è morto schiacciato dagli ingranaggi del mulino in cui lavorava, durante operazioni di manutenzione.
Ripensando alla rabbia di Eleonora, mi ricordo che ognuno di questi numeri nasconde delle persone in carne ed ossa (la statistica è la vera alienazione di questo secolo, altro che il lavoro seriale…), e penso che ogni primo di maggio questi dati vengono enunciati a destra e a manca, immutati nella loro drammaticità. E allora, da militante del Partito Democratico, mi chiedo: “Ma noi, dove eravamo mentre succedeva tutto ciò? Perché non siamo riusciti ad impedire, né ieri né oggi, che queste tragedie accadessero ogni giorno?” Purtroppo la risposta è una condanna nei confronti del partito cui tanto tempo e tante energie dedico ancora: semplicemente ci (e dico ci, anche se la mia relativamente giovane età potrebbe ancora farmi dire che non ero presente) siamo voltati dall’altra parte.
Sedotti dal mito del mercato, ci siamo dimenticati che un partito di sinistra deve essere soprattutto un partito del lavoro: non a caso, in molti paesi europei il principale partito progressista contiene la parola “lavoro” all’interno del suo nome. Negli ultimi vent’anni, per cercare di allargare i nostri consensi, la classe dirigente del partito perso di vista coloro che per primi dovremmo difendere, i lavoratori, per inseguire il sogno (o l’incubo, col senno di poi) di una sinistra che abbraccia un neo-liberismo che di nuovo non ha niente, se non i metodi con cui ferocemente cancella quei diritti che i nostri nonni e i nostri padri hanno conquistato con decenni di lavoro e lotta.
Fortunatamente, si assiste a una ritrovata sensibilità del PD sui temi del lavoro. Bene ha fatto negli ultimi mesi il nostro segretario nazionale Bersani a porre paletti sulla riforma del mercato del lavoro. Inoltre, qui in Svizzera il si è creata una positiva e fruttuosa collaborazione tra il Partito Democratico, i partiti progressisti locali, Partito Socialista Svizzero in testa, e i sindacati, Unia in primis. I suoi frutti sono, per ricordare solo i più recenti e legati al lavoro, le iniziative per la Festa dei Lavoratori, svoltesi il primo maggio, come la giornata congiunta PD-PSS-Unia a Dietikon (ZH) e la presenza del nostro circolo del PD in piazza a Berna con un proprio stand, a fianco dell’Unione sindacale della città, coronata dalla visita della consigliera federale Simonetta Sommaruga, la manifestazione cantonale di Kreuzlingen organizzata con la sinistra politica sindacale e politica svizzera e tedesca. In futuro, altri eventi, come un dibattito a Zurigo organizzato dal PD in Svizzera e dalla fondazione Welfare & Lavoro, ospite principale l’On. Cesare Damiano, già ministro del lavoro, e un work-shop a Ginevra di Sergio Cofferati, già segretario della CGIL ed già sindaco di Bologna, in collaborazione tra PD, il PSE ed il sindacato Unia, confermano l’importanza che il mondo del lavoro riveste per il PD in Svizzera. Questi sono solo alcuni esempi dell’opera sul territorio del PD in Svizzera e della sua sintonia d’intenti e d’azione con le realtà politiche e istituzionali italiane ed elvetiche. I militanti e i simpatizzanti del PD in Svizzera sono comunque consapevoli che si può e si deve fare di più, e domenica prossima, 13 maggio, si riuniranno in assemblea nella Casa d’Italia a Zurigo, per promuovere istanze legislative sulla riforma della legge elettorale, sulla formazione e sui corsi di lingua e cultura italiana, sulla necessità di indire le elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza, Comitees e CGIE, e sui servizi offerti dalla rete consolare ai nostri connazionali residenti in Svizzera.
Abbandonare i disoccupati e i lavoratori? Io, nel mio piccolo, non ci ho mai pensato, e voglio operare ogni giorno sperando di contribuire affinché il mio partito torni a quella che dovrebbe essere la sua missione: essere dalla parte di chi ha di meno. Dobbiamo lottare contro il precariato del lavoro e delle esistenze, ritornare a parlare di diritti e non solo di spread, di persone e non di numeri. Abbiamo barattato il coraggio e un pezzo della nostra anima con una presunta maggior saggezza e l’illusione di metterci al passo con i tempi, quando in realtà la saggezza, senza coraggio, è solo ignavia, e non sono i tempi a dover modellare il nostro comportamento, bensì noi dobbiamo cambiare il nostro mondo.
Se la festa del primo maggio è stata un momento per rafforzare lo spirito di una ricostituita autentica sinistra dei e per i lavoratori, allora anche in futuro si potrà avere un motivo per festeggiare.
Steve Della Mora, dirigente del Circolo PD di Zurigo

La stangata dell’IMU

A ben poco sono serviti gli interventi in Parlamento degli eletti nella Circoscrizione Estero, come pure ben poco hanno prodotto gli appelli di alcuni Comites e la stessa lettera aperta inviata dalla UIM (vedere il testo nel riquadro) al Presidente del Consiglio, Mario Monti, con cui si chiedeva di considerare, ai fini dell’Imposta Municipale Unica (IMU), come “prima” e non come “seconda” casa l’abitazione in Italia degli emigrati (sfitta e tenuta a propria disposizione per i più o meno frequenti rientri o in caso di rimpatrio). Infatti la montagna (la Camera dei Deputati) ha purtroppo partorito il classico topolino, poiché l’unica cosa che è stata ottenuta (tuttavia meglio di niente, ovviamente!) è stata quella di inserire nella “legge in materia di semplificazione fiscale” una norma che demanda ai singoli comuni italiani la possibilità di considerare, o meno, come prima casa l’abitazione degli iscritti all’AIRE, analogamente a quanto è stato fatto per le persone che hanno lasciato la loro abitazione per essere ricoverate in una struttura per anziani. Lasciando, peraltro, agli stessi comuni l’onere di sostenere a loro unico carico (sic!) l’eventuale ridotto introito dell’IMU per queste abitazioni degli anziani e degli emigrati. È, quindi, facile immaginare quanti mai saranno i comuni italiani che applicheranno questa norma con le casse vuote che ormai si ritrovano ed in particolare tutti quei comuni che hanno nel loro territorio moltissime case di famiglie emigrate! Come pure è facile immaginare quale sarà la reazione degli emigrati che possiedono un immobile in Italia, ed in particolare quella dei pensionati che non nuotano nell’oro, quando si accorgeranno che, tra le varie utenze, questa IMU e le spese di manutenzione, la loro abitazione in Italia costerà diverse migliaia di euro all’anno (senza dimenticare l’obbligo di denuncia del bene immobile in Italia anche al fisco locale ai fini della patrimoniale, per esempio, per gli emigrati italiani in Svizzera). In passato, scrivendo degli oneri che hanno gli emigrati per la loro casa in Italia, avevo intitolato l’articolo “Casa dolce casa, ma quanto mi costi!”, oggi quel titolo va così aggiornato “Casa dolce casa, mi costi un patrimonio!”. La reazione degli emigrati sarà, con tutta probabilità, quella che è già emersa in alcune conferenze sul tema “IMU” che si sono tenute nei giorni scorsi in Svizzera e cioè di cominciare a pensare seriamente di disfarsi di queste proprietà che, oltretutto, non interessano particolarmente né ai figli né ai nipoti, ovvero agli eredi. Con tutte le conseguenze economiche negative, se ciò avvenisse, che ricadrebbero per quei territori di forte emigrazione e che sono state citate dalla UIM nella lettera indirizzata al Prof. Monti. A questo punto, anche perché vendere la casa in questo periodo di bassa stagione per il mattone significherebbe poi svenderla, conviene comunque non demordere nell’azione di far riconoscere queste abitazioni degli emigrati come “prima casa”. Si deve, pertanto, continuare questa giusta e sacrosanta battaglia, sia come singoli che come Comites, Cgie, associazionismo e quant’altri, indirizzando fin d’ora le proteste e gli appelli ai Comuni ed all’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e qui potranno giocare un ruolo importantissimo proprio le associazioni italiane a carattere regionale e di territorio. Da parte sua la UIM, dopo essersi appellata al Presidente del Consiglio Monti, lo ha già fatto anche nei confronti del Presidente dell’ANCI, Graziano Delrio, affinché intervenga per sollecitare tutti i Comuni ad applicare l’aliquota ridotta della “prima casa” all’abitazione degli iscritti all’AIRE.

Post Scriptum: Da tenere in considerazione che l’IMU per la prima casa (aliquota base 0,4%, con detrazione fissa di 200 euro e di 50 euro per ogni figlio convivente di età inferiore a 26 anni, fino ad un massimo di quattro figli) si dovrà pagare in due o tre rate (la prima entro il 18 giugno, la seconda entro il 17 settembre, il saldo entro il 17 dicembre), mentre per la seconda casa (aliquota base 0,76% e senza detrazioni) solo in due rate (giugno e saldo a dicembre). Per ogni ulteriore delucidazione e per l’eventuale pagamento dell’Imposta ci si potrà rivolgere sia ai Circoli UIM che agli Uffici del patronato ITAL-UIL i quali offriranno questo servizio tramite il Centro di Assistenza Fiscale della UIL (CAF-UIL).

Dino Nardi, coordinatore UIM per l’Europa e consigliere CGIE Zurigo, 2 maggio 2012

Egregio Professor Monti, premesso che anche gli italiani all’estero non intendono sottrarsi ai sacrifici cui sono chiamati tutti i cittadini della Repubblica per salvare e far crescere l’Italia, tuttavia nella manovra economica che il Suo governo sta portando avanti vi è un aspetto che sta preoccupando tantissimi nostri emigrati. Mi riferisco all’Imposta Municipale Unica che considera come “seconda casa” l’abitazione in Italia degli iscritti all’AIRE tenuta a propria disposizione dai nostri emigrati per i loro rientri periodici o, addirittura, in previsione di un loro rimpatrio. Un nuovo onere che va ad aggiungersi ai costi delle varie utenze (elettricità, gas, acqua, rifiuti, canone Tv, ecc.) che già gli emigrati hanno per questa abitazione in Italia, rendendo così, per molti di loro, non più sopportabile il mantenimento di questa proprietà. Il problema, Professor Monti, è stato, peraltro, già oggetto di interventi e di richiesta di emendamenti da parte di alcuni parlamentari. Ma, con questa mia lettera, vorrei attirare la Sua attenzione, e quella di molte Amministrazioni locali, sull’irritazione e delusione dei nostri emigrati, nei confronti dello Stato italiano, nel vedersi considerata come “seconda casa” questa loro “abitazione”, quasi sempre posseduta nei luoghi di nascita e costruita o comperata con i loro primi risparmi. Maggior costi, irritazione e delusione che, come ci comunicano i nostri Circoli UIM in Europa, stanno ormai spingendo molti emigrati a pensare di disfarsi di questa loro proprietà. Se ciò avvenisse si spezzerebbe il cordone ombelicale che lega tuttora al territorio di origine molti emigrati  ed i loro stessi discendenti e ne conseguirebbe un sicuro impoverimento di molti comuni che spesso, proprio dal rientro periodico dei loro emigrati, traggono delle risorse economiche vitali per il loro territorio. Pertanto, Professor Monti, sono certo che anche Lei converrà che il danno economico per le Amministrazioni locali ed il Paese sarebbe certamente maggiore delle risorse supplementari incamerate considerando come “seconda casa” ai fini dell’IMU la loro abitazione e che, quindi, vorrà auspicabilmente intervenire per farle riconoscere come “prima casa”. La ringrazio per l’attenzione e Le porgo i più distinti saluti, Dino Nardi (Coordinatore Europeo dell’Unione degli Italiani nel Mondo).

Sostegno a manifestazione Basilea senza contrapposizioni tra lavoratori

“Come Partito Democratico accogliamo con soddisfazione la mobilitazione svizzera a favore dei corsi di lingua e cultura che rischiano di essere soppressi a fine anno scolastico per mancanza di fondi”. Inizia così una nota stampa del Partito Democratico a sostegno dell’iniziativa organizzata per sabato 5 maggio a Basilea dal Gruppo promotore del Comitato per la difesa dei corsi di Lingua e Cultura italiana e firmata dai capigruppo delle commissioni cultura di Camera e senato, Manuela Ghizzoni e Antonio Rusconi, dal Responsabile nazionale del PD all’estero Eugenio Marino, dalla Responsabile nazionale scuola Francesca Puglisi e dal Responsabile nazionale cultura Matteo Orfini. “Non è più sostenibile – continua la nota – che si proceda con tagli lineari che interessano indiscriminatamente tutti i capitoli di spesa del MAE”. “Chiediamo al Governo – continuano i dirigenti del PD – di assumersi la responsabilità di operare delle scelte e, in questo caso, noi pensiamo che la diffusione della lingua e cultura italiana all’estero sia una priorità irrinunciabile nell’ambito delle politiche per gli italiani nel mondo. Riteniamo altresì che la soluzione non possa essere ricercata nella cancellazione del contingente degli insegnanti italiani all’estero: le contrapposizioni tra lavoratori non possono rappresentare per il PD una via d’uscita accettabile”. “Vanno pertanto salvaguardate – è la chiusura della nota – le professionalità inviate dall’Italia rilanciando il sistema misto e in un contesto di complementarietà. Vanno dunque recuperati i fondi per continuare i corsi, in larga parte tenuti dagli enti. In questa direzione il Partito Democratico è disponibile con le proprie proposte a trovare le soluzioni nell’ambito della spending review, senza creare scontri tra categorie di lavoratori, ma in un contesto di concertazione, valorizzando i ruoli di tutti e migliorando i servizi a beneficio della comunità e dell’immagine dell’Italia nel mondo”.

Il futuro dipende da noi e dalla politica

A pochi mesi dall’uscita di scena politica di Silvo Berlusconi l’Italia è ritornata di prepotenza al centro dell’iniziativa politica europea e mondiale, recuperando il ruolo che le compete in termini di progettualità e di credibilità in ogni ambito decisionale. C’è voluta una scelta coraggiosa, strenua e lungimirante del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per tirare il paese dal baratro in cui era sprofondato, dando uno scossone alla debolezza della politica e all’insufficienza programmatica dei partiti, chiamandoli a decontaminarsi da autoreferenzialità e corruzione per aprirsi all’aria nuova, a volti nuovi che potessero ridar loro credibilità e rigenerarsi nell’esercizio organizzativo e programmatico della loro missione e nelle loro prerogative, che gli vengono riconosciute dalla Costituzione. Da qui la sua scelta di affidare a Mario Monti e ad un governo di tecnici il difficile compito di rivitalizzare un paese in progressiva decadenza economica, morale, etica e culturale. Un compito che difficilmente avrebbe potuto affrontare il sistema dei partiti nelle condizioni date. Questo governo, in sostanza, è sorretto dal Partito democratico, da quel che resta del Popolo delle libertà, e dal raggruppamento centrista dell’UDC e del FLI, che rappresentano complessivamente una maggioranza “bulgara”, si sarebbe detto in altri tempi, dei parlamentari. Tuttavia, nelle democrazie avanzate, è bene ricordarlo, non è immaginabile che la tecnica possa sostituirsi stabilmente alla politica. Ed i partiti dovranno rendersi conto che non possono stare troppo a lungo nel limbo tutelare dei tecnici delegando la rappresentanza, ma devono attrezzarsi per stabilire qui e ora un contatto coni cittadini e con le istituzioni. Rendere i primi partecipi e protagonisti delle scelte e delle decisioni programmatiche del paese e tutelare le istituzioni dalle scorribande dei tribuni e dei despota, che la storia ci regala in ogni epoca. Ripensando la storia italiana degli ultimi vent’ anni emerge un sentimento di amarezza nei confronti di un paese incapace di far tesoro delle sue vicissitudini per correggere le storture sociali e le pratiche deteriori, mentre, contrariamente alla propria vocazione, si affanna nella perenne fatica di rincominciare sempre da capo. L’Italia, nel recente passato, ha maturato simili esperienze chiamando alla sua guida figure prestate alla politica: Azelio Ciampi prima e Romano Prodi in un altro periodo e per l’ennesima volta, nell’arco di vent’anni, si affida ad un nuovo esecutivo tecnico diretto da Mario Monti, anche se quest’ultimo ha un marcato profilo completamente estraneo al mondo dei partiti. Le esperienze di governi guidati dai tecnici hanno permesso al paese di superare le emergenze e di raggiungere obiettivi certi. Ma a quali costi? Con quali conseguenze sulla vita delle persone? Lacrime e sangue per l’ennesima volta, che se accompagnate dalla redistribuzione equa e solidale dei sacrifici oltre che da riforme profonde e incisive del sistema avrebbero l’obiettivo di addolcire la pillola amara e guardare oltre la contingenza e l’emergenza.

Se non si fossero bruciati venti anni a inseguire l’agenda del cavaliere sul suo terreno preferito, ma praticando una nostra politica del buon governo, probabilmente non avremmo legato il nostro destino al futuro di un’intera generazione alla ricerca di un’uscita di sicurezza, e la politica non sarebbe giunta all’attuale punto di non ritorno. Quello che si chiede oggi ai partiti è di non perdere un’altra opportunità per rinnovarsi, anche negli aspetti morali ed etici, e di ridefinire il profilo del nostro paese dentro nuovi scenari e paradigmi.

I momenti di crisi servono per cambiare, riformare e ripartire. Deve farlo il paese, devono farlo coloro che aspirano a rappresentarlo. Non serve a nessuno ricordare che siamo diversi dagli altri, tanto meno rifarci alle anime belle del nostro albero genealogico. Se siamo diversi dalle altre forze politiche è perché i nostri riferimenti tradizionali culturali e sociali sono differenti sul piano dei diritti, delle libertà, della cittadinanza, ma queste differenze devono essere percepite, evidenziate, rese palpabili, praticate e vissute nei momenti in cui si decide sui beni pubblici, sul futuro delle comunità.

Sarà questa la volta giusta per costruire un’architettura politica ed istituzionale adeguata alle aspettative del nostro tempo? Non è più il tempo dell’attesa, il futuro del nostro paese, del nostro continente dipende da tutti noi. Come ha saggiamente detto s nei giorni scorsi a Parigi il nostro segretario Pier Luigi Bersani, in occasione dell’incontro dei partiti socialisti e democratici europei “…i conservatori la loro chance l’hanno avuta. Loro hanno guidato a lungo le sorti dell’Europa: in Francia e in Germania, in Italia e altrove. Hanno seminato le loro idee e i loro valori. Ma la raccolta si è rivelata disastrosa. I progressisti europei devono alzare la voce e dire che gli squilibri di oggi sono l’esito di un impianto istituzionale europeo troppo debole, di scelte di politica economica radicalmente sbagliate, di una resa agli interessi della finanza, di un’austerità cieca. I danni sono sotto i nostri occhi: Per tante ragioni la Grecia è il simbolo della loro sconfitta”.

Allora, fatte salve queste considerazioni, non dobbiamo avere più timidezze ad affermare che, in questo grande spazio di libertà e di diritti qual’è l’Europa del nuovo millennio, ivi compresa la Svizzera dove noi viviamo, è necessario far progredire alle stregua del grande sogno europeo anche le pratiche che definiscono e rendono evidente la cittadinanza europea: tra queste le pari opportunità all’educazione delle lingue e delle culture minoritarie favorendone l’accesso e l’apprendimento; l’erogazione di servizi essenziali a tutti i cittadini, anche a coloro che vivono in paesi diversi da quelli di nascita in maniera tangibile; l’inalienabilità e il riconoscimento dei diritti alla rappresentanza e alla partecipazione politica a tutti i cittadini che vivono nel nostro continente.

Il rilancio del sogno europeo evocato di recente nella carta di Parigi maturerà nelle coscienze e sarà percepito nel momento in cui le aspirazioni e i principi di libertà, di giustizia e di solidarietà contenuti nel manifesto di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, prima, e nel libro bianco di Jacques Dèlors successivamente, saranno assunti come un’eredità da far vivere nel protagonismo dei cittadini e nelle istituzioni. Questa nuova partita può essere vinta riaffermando il primato della politica e di chi la interpreta con spirito nobile e civico.

Michele Schiavone

Lavoro, Bersani: “Il governo colmi le distanze”

Dichiarazione del Segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, a margine della riunione della Segreteria nazionale del PD, sulle trattative in corso sulla riforma del lavoro.

“Credo che il governo abbia tutti gli elementi per capire le distanze da colmare e trovare i possibili punti di caduta”, ha detto il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani al termine della riunione di Segreteria del PD sulla trattative in corso, sulla riforma del mercato del lavoro.

“Spero che vada bene, che si trovi un punto di sintesi. C’è un messaggio utile per l’Italia e per il mondo ed è che l’Italia sta affrontando le riforme”, ha aggiunto.

Ha concluso Bersani: “E come sempre nei momenti difficili, l’Italia riesce a costruire la coesione sociale che mette il Paese sulla strada della fiducia per me questo è il messaggio che deve arrivare al mondo”.

Viaggiare muniti di passaporto o carta d’identità

Dal prossimo 26 giugno i minori italiani, così come i loro coetanei europei, potranno viaggiare solo se in possesso di un documento di viaggio – passaporto o carta di identità – individuale.

Anche gli italiani residenti all’estero dovranno quindi attivarsi prima possibile e comunque entril 26 giugno, per ottenere il documento dei propri figli presso il Consolato di riferimento.

Interrogazione narducci: Quale aliquota Imu per italiani nel mondo?

L’on. Franco Narducci ha presentato un’interrogazione al ministero dell’Economia e delle Finanze in cui, per quanto riguarda l’applicazione dell’Imposta Municipale Unica (IMU), si chiede “quali iniziative intenda intraprendere il Governo per riconoscere gli stessi benefici fiscali cui è assoggettata l’abitazione principale anche all’abitazione posseduta in Italia dai nostri connazionali residenti all’estero, non locata e adibita ad uso proprio, dando, in tal modo, per dare un segnale concreto di attenzione ai problemi dei cittadini italiani all’estero”.
Nell’interrogazione si ricorda inoltre che “per gli italiani residenti all’estero iscritti AIRE, che possiedono un’abitazione in Italia, non locata e adibita ad esclusivo uso proprio, non risulta chiaro se possono beneficiare dell’aliquota minima per la prima casa dello 0,4 per cento o se sono assoggettati a quella per le seconde case che è dello 0,76 per cento. Al riguardo si deve considerare che, quando rientrano in Italia, l’abitazione non locata degli iscritti AIRE costituisce l’abitazione principale, tanto che vengono mantenute attive le utenze principali; ai sensi dell’articolo 1, comma 4-ter, del decreto-legge n. 16 del 1993 convertito dalla legge n. 75 del 1993 le abitazioni dei cittadini italiani residenti all’estero sono equiparate a quelle degli italiani residenti entro i confini nazionali e quindi fino ad ora sono state assoggettate all’aliquota agevolata, conformemente al regolamento dei comuni interessati”. Dall’interrogazione, che segnala anche le proteste delle nostre comunità nel mondo nei confronti delle nuove norme introdotte in materia di abitazione per gli italiani all’estero, viene poi spiegato che “per i cittadini italiani residenti oltre confine l’abitazione posseduta in Italia rappresenta un legame con il loro luogo di origine e, per le prime emigrazioni, il luogo dove intendono tornare da pensionati.
L’eccessivo peso fiscale, tanto più alla luce delle nuove disposizioni, sta inducendo molti italiani residenti all’estero, soprattutto quelli appartenenti alle nuove generazioni, ad alienare l’immobile in Italia, lo stesso immobile che costituiva il luogo della memoria storica della famiglia di origine. S’interrompe così un legame che rappresenta un’enorme beneficio economico per l’Italia, non solo in termini di turismo di ritorno, che rischia così di svanire”.

“Ora l’Italia può ripartire”

L’On. Gianni Farina al quotidiano svizzero Zürcher Oberländer: “Ora l’Italia può ripartire“

All’estero suscita molto interesse l’esperienza del governo italiano guidato da Mario Monti. Passati 100 giorni dal suo insediamento, il quotidiano svizzero del Cantone di Zurigo, Zürcher Oberländer, ha intervistato l’onorevole Gianni Farina, parlamentare del Pd eletto nella Circoscrizione Europa.

Onorevole, va meglio l’Italia governata da Monti?

La risposta potrebbe essere di straordinaria stringatezza. Occuperò poche righe di commento. Tutti rammentano i risolini di Sarkozy e della Merkel, ogni qualvolta, in occasione dei consessi internazionali si facevano accenni al nostro presidente del Consiglio. Risolini pietosi e ancora risolini. Io ero sinceramente imbarazzato e provavo talvolta rabbia e sgomento per riferimenti, talvolta sgradevoli, all’Italia. Lo scherno era l’arte dei più sciocchi ma anche l’indice di una situazione indifendibile. Monti ha imposto il prestigio e l’autorità dello statista, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Non è poco.

La manovra è stata di eccezionale durezza. Basti pensare alla riforma pensionistica e ai sacrifici chiesti (anche quattro o cinque anni di lavoro supplementare per una intera generazione). Alla prossima riforma del welfare sul lavoro. Con lo spread a 600 e gli interessi sul debito sovrano (dello stato) tra il sette o l’otto per cento, il fallimento della nazione negli anni a venire, visti i quasi 2000 miliardi di debito, più di una eventualità, diveniva una certezza. I sacrifici sono serviti per consolidare i conti e far ripartire, anche attraverso le liberalizzazioni che abbattono le storiche e chiuse corporazioni italiane, una innovativa politica di crescita e sviluppo.

La dura politica dei risparmi ha colpito anche gli italiani all’estero.

Peggio di quanto attuato dal governo Berlusconi, negli ultimi tre anni, non si poteva fare. È difficile intervenire sulle macerie. Non vi è settore ove la devastante mannaia non si sia abbattuta sui capitoli di spesa per l’estero. Pensiamo ai 6 milioni di euro per i corsi di lingua e cultura nel mondo rispetto ai 48 del governo Prodi nel 2007.

Alla destrutturazione delle istituzioni consolari. Ai rinvii delle elezioni degli organismi elettivi dell’emigrazione (Comites e Consiglio Generale) nonché alla drastica riduzione dei finanziamenti per il loro funzionamento. Alla disattenzione sui temi dell’assistenza e della tutela dei nostri connazionali per quanto riguarda soprattutto l’America latina.

Dal partito democratico c’è il sostegno pieno a questa esperienza di governo?

Userò una bellissima frase del segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani: noi appoggiamo il Governo di Mario Monti senza se e senza ma, tuttavia, con le nostre idee e le nostre proposte per fare di più e meglio.

Come sarà l’Italia quando, nella primavera del 2013, si andrà al voto?

Esprimo un augurio, anzi, una certezza. Sarà una Italia migliore. Degna protagonista nel contesto unitario europeo e mondiale. Ascoltata e rispettata per quella che è: una nazione dalla straordinaria esperienza democratica. Per la sua cultura, la sua storia, la tradizione millenaria delle sue genti e non per ultimo, per il radioso esempio di sacrificio e riscatto dato dai milioni di emigranti italiani in Svizzera, in Europa e nel mondo. Le riforme istituzionali sono indispensabili e necessarie per ricucire un rapporto, oggi devastato, tra la politica e la società civile. Recupero della moralità pubblica, ristabilimento dei collegi uninominali per ricucire il rapporto tra eletti ed elettori. Diversificazione dei poteri tra camera e senato, riduzione del numero complessivo dei parlamentari, liquidazione di alcuni assurdi privilegi (penso agli scandalosi vitalizi di cui e non solo in parlamento, hanno sino ad ora goduto gli eletti del popolo a livello nazionale e regionale e al cumulo delle prestazioni pensionistiche)  retaggio di un inglorioso passato.

In quanto alle alleanze politiche in occasione delle elezioni del prossimo anno, per il Pd il cammino è tracciato. Siamo una grande forza riformista, popolare e democratica dell’Italia, creata per unire la migliore tradizione delle esperienze riformatrici del nostro paese. Una componente della sinistra riformista italiana ed europea che, in quanto tale, guarda al centro del Paese, alle forze moderate disposte ad impegnarsi con noi per dare risposta alle attese del mondo del lavoro, dei giovani e delle donne con i quali costruire un avvenire migliore.

E Berlusconi è un lontano ricordo?

Non solo Berlusconi. I la Russa, le Brambilla e tutta quella miriade di servi nella corte del re. Talvolta, nel mio lavoro in parlamento o direttamente in aula, mi trovo in posizione critica rispetto a determinate proposte del governo Monti. Mi verrebbe voglia di protestare, anche duramente. Chiudo un attimo gli occhi. Li riapro e  non vedo sul banco del governo l’antica masnada e penso che, in fondo, è un altro mondo e una bella giornata. Belsebù, che non torni mai più.

Il Pd di Francoforte incontra Fabrizio Macrì

FRANCOFORTE\ aise\ – Per il ciclo “Idee per l’Italia”, il circolo PD di Francoforte ha avuto come ospite, sabato 25 febbraio, il giovane autore Fabrizio Macrì, con il suo primo libro “Oltrefrontiera. L’Italia vista dall’estero” (Caossfera Edizioni, 2011).

Un volume suddiviso in 4 sezioni tematiche, che raccoglie tre anni di editoriali, (dal 2008 al 2011) (il triennio della crisi economica), apparsi sulla rivista della Camera di Commercio Italo Svizzera di Zurigo, incentrati sul dinamismo della PMI italiane, sulle tante Italie produttive, le loro forti capacità di export, di reazione sui mercati esteri, nonostante i limiti della politica di sostegno e di sviluppo dell’ex governo Berlusconi, e il travaglio degli organismi istituzionali di promozione con la chiusura dell’ICE e l’insufficiente budget messo a disposizione per le camere di commercio italiane all’estero.

Aziende che, è stato ricordato durante l’incontro, non solo esportano prodotti e servizi innovativi, “ma che si trovano anche davanti al rischio, o alla chance, di lasciare l’Italia per nazioni, come la Svizzera e l’Austria o la Slovenia, che acquistano in percentuale sempre più alta non solo i manufatti , ma anche il “know how” italiano con politiche fiscali più favorevoli, servizi e strutture di supporto e di cofinanziamento stabile e a basso costo alle aziende interessate a spostare le loro imprese nei nuovi distretti industriali di queste nazioni”.

L’autore Fabriziò Macri, dopo la Laurea in Scienze Politiche nel ‘99 a Torino e un master in Relazioni Internazionali ad Amsterdam, da subito lavora all’estero presso un grande gruppo internazionale a Monaco di Baviera e, successivamente, dal 2003 presso le Camere di Commercio italiane all’estero con tappe a Francoforte e ora a Zurigo come responsabile marketing e sviluppo. Instancabile viaggiatore e tessitore di rapporti tra le aziende italiane e le realtà economiche tedesche e svizzere, con questo suo primo libro, introduce il lettore nell’esteso tessuto produttivo delle PMI dell’Italia intera, nella quale tradizione e conservazione, innovazione e slancio creativo si scontrano quotidianamente, ma soprattutto dove imprenditori del Nord e del Sud, nonostante tutto, creano e sviluppano impresa per sé e per gli altri.

L’incontro con il pubblico, moderato dal segretario del Circolo Michele Santoriello, è stato, secondo il Pd di Francoforte, “una preziosa occasione per dare un sguardo altro e originale sulla pluralità dell’imprenditoria italiana, per riscoprire un Paese pieno di talento e ricco anche di senso civico e di tessuto imprenditoriale aperto ai mercati esteri anche nel Mezzogiorno, ma dove i tanti “tappi” italiani, quali la burocrazia iper-tutelata ed inefficiente, caste di professionisti e mestieri insensibili alle liberalizzazioni, un sistema universitario baronale, una ricerca mortificata, una diffusa ostilità verso i giovani, visti come un problema e non come una risorsa, la criminalità organizzata, un localismo esasperato e clientelare ed un diffuso provincialismo frenano il talento, scoraggiano e mortificano la crescita, impedendo alle proprie risorse migliori di poter crescere ancora di più, non solo nei settori della “4 A italiane” (arredamento, automazione meccanica, abbigliamento e alimentare), ma anche in quello della nuova frontiera della green economy diffusa e multisettoriale, dell’agricoltura biologica e del turismo sostenibile legato alla rivalutazione e alla bellezza del territorio italiano”.

Ma anche su questo Macrì si è detto “fiducioso”: l’Italia, ha assicurato, “ha grandi capacità di riscossa”. (aise)